Le ceneri del teatro, Samuel Beckett, l'ultima parola
Postato il 30 Dicembre 2018, di Francesco Torchia
beckett
“Dove andrei, se potessi andare, cosa sarei, se potessi essere, cosa direi, se avessi una voce, chi parla così, dicendosi me? Rispondete semplicemente, che qualcuno risponda semplicemente. È lo stesso sconosciuto di sempre, il solo per cui io esisto, nel vuoto della mia inesistenza, della sua, della nostra, ecco una semplice risposta...” (S. Beckett, Testi per nulla)

Fui incuriosito e poi folgorato da Beckett all'indomani dell'attribuzione del premio Nobel. Alcuni episodi della sua biografia mi affascinarono inducendomi ad acquistare l'edizione tascabile della trilogia letteraria: Molloy, Malone muore e L'innominabile. La lettura, precoce quanto faticosa (frequentavo gli ultimi anni del liceo), letteralmente mi sconvolse. Avevo appena letto La nausea di Sartre, ma il disfacimento dell'io lì era ancora narrato in una forma romanzesca, che ne attenuava l'acuta drammaticità. Ora con Beckett mi trovavo, senza la consolazione della ‘bella forma’, di fronte agli stessi abissi, descritti attraverso un tessuto narrativo e sintattico completamente destrutturato. L'effetto fu travolgente: già ero incline a melanconie schopenhaueriane e leopardiane, e all'assurdo pirandelliano, Beckett contribuì a formare in modo indelebile il lato pessimista e nichilista del mio carattere. Divenne oltre che fonte di meditazioni personali ed interiori, uno strumento di difesa e provocazione nei confronti dell'ottimismo di superficie che mi circondava in quegli anni di vuoto benessere.
All'epoca fu proprio la sostanza filosofica ed esistenziale del “non io” dei personaggi beckettiani a colpirmi, solo in seguito mi sono fatto delle domande sul contesto storico e sociale cui quei personaggi rinviavano.
Era il paesaggio devastato dell'Europa del secondo dopoguerra: l'Europa sconvolta dai massacri, dai campi di concentramento, dall’olocausto? O era la contemporaneità: il presente, vuoto e alienato, del neocapitalismo che tutto omologava sotto l’egida del consumismo galoppante, nascondendo la paura di una guerra atomica? O si trattava piuttosto di uno sguardo vaticinante gettato oltre l'orgia consumista, in quel deserto delle anime che sarebbe venuto dopo, all'alba della prima di una lunga serie di “recessioni” non solo economiche, ma anche sociali ed esistenziali?
Difficile a dirsi, certo è che la parola “ultima” di Beckett, ebbe ed ha una sua attualità e verità buona per ogni stagione.
Ho sempre interpretato la desolazione del mondo e dei personaggi beckettiani come un j'accuse, piuttosto che come l'effetto di un'angoscia ontologica e di un conseguente deprimente disamore per la vita. Nel tempo del narcisismo è con un’orgogliosa (irlandese) fierezza che i vagabondi beckettiani, nella consapevolezza di essere nessuno, si difendono dai sentimentalismi e dagli psicologismi confortevoli dell'uomo medio, vivendo ai margini dei conformismi, rifiutandosi ogni sia pur minima forma di integrazione. Si veda per tutti il protagonista della novella Primo amore.

“L'amore rende cattivi, questo è un fatto. Ma di quale amore si trattava, precisamente? Dell'amore-passione? Non credo. Perché è proprio l'amore passione quello satiriaco, non è vero? O confondo forse con un'altra varietà? Ce n'è talmente tante, non è vero? Tutte una più bella dell'altra, non è vero? L'amore platonico, per esempio, eccone un altro che mi viene in mente all'istante. È disinteressato. Forse l'amavo di amore platonico? Stento a crederlo. Avrei forse tracciato il suo nome su delle vecchie merde di vacca se l'avessi amata di un amore puro e disinteressato? E per di più col dito, e succhiandolo subito dopo?” (S. Beckett, Primo amore)

E quando ancora fossero restati dei dubbi su questa “vitalità nichilista” di Beckett, ecco che mi venne incontro il suo teatro. Didi e Gogo, Hamm e Clov e ancor più Nagg e Nell, non sono esseri lamentosi e disperati affetti da depressione cronica, ma ‘stoici’ e ‘cinici’ filosofi in lotta perenne contro il mondo, i suoi luoghi comuni, le sue buone abitudini, le sue sacre certezze.
L'ironia teatrale di Beckett avvolge e sconvolge ogni aspetto della vita, ogni fase, dalla nascita alla morte, e non salva nulla e nessuno, nemmeno gli stessi personaggi che ne sono portatori e che, alla fine, privati di coscienza, di memoria, sdraiati o striscianti, sono solo bocche che parlano perché non possono tacere, in assenza di qualsiasi sostanza, fisica o psichica, atta a governarle.

finale di partita

La coerenza e il rigore di Beckett sono le peculiarità che l'hanno reso pressoché unico nel panorama letterario del Novecento.
Dal momento in cui ho cominciato a leggerlo, ho poi seguito ogni passo successivo della sua opera assistendo progressivamente alla rarefazione delle parole, allo svuotamento di ogni forma e struttura narrativa, così come alla sottrazione di ogni lemma del linguaggio teatrale: dalla scenografia, al personaggio, dalla trama all’azione.
Come nel mucchietto di miglio di Zenone (citato da Clov all'inizio di Finale di partita) nulla si aggiunge a nulla, il tempo è fermo e la fine avvicinandosi si procrastina. Così non resta che continuare, ripetere il già detto per dirlo meglio cioè più povero (essenziale) possibile, senza fronzoli, senza giri di parole, rivedere il già visto, il mal visto, per sfocarlo nel grigio plumbeo dell'orizzonte. Ogni opera successiva rinvia a quella precedente e si prolunga in quella seguente con una coerenza logica, con un rigore sperimentale che non hanno uguale. In una progressiva spoliazione che ha bandito le epifanie joyciane e rarefatto la memoria involontaria di Proust; in una tensione al silenzio e alla pagina bianca che tuttavia non arriveranno mai per volontà dell'autore, pena l'attribuzione di un senso a quel nulla e quel vuoto che invece ne sono la più concreta negazione.

“HAMM Clov!
CLOV (irritato) Che c'è?
HAMM Non può darsi che noi... che noi... si abbia un qualche significato?
CLOV Un significato! Noi un significato! (Breve risata) Ah, questa è buona!
HAMM Io mi domando. (Pausa). Una intelligenza tornata sulla terra non sarebbe tentata di immaginarsi delle cose, a forza di osservarci? (Assumendo la voce dell'intelligenza) Ah, ecco, ho capito com'è, sì, ho capito cosa fanno! (Clov trasalisce, depone il cannocchiale e comincia a grattarsi il basso ventre con le due mani. Voce normale) E senza arrivare a tanto, noi stessi... (con emozione) ... noi stessi... a tratti... (Veemente) E dire che tutto questo non sarà forse stato invano!”
(S. B., Finale di partita)

Mi sono misurato teatralmente più volte con l'opera di Beckett, ponendomi sempre la stessa domanda: dopo aver rappresentato l'attesa inesauribile, la fine che non vuol finire, dopo aver inseguito l'ultima parola che inaugura il silenzio, quale teatro è ancora possibile oltre Beckett? O meglio ancora c'è un teatro davvero praticabile oltre Beckett (la stessa domanda vale per il romanzo)? Si sa, il mondo dello spettacolo così come il mercato letterario, da sempre fanno a meno di coerenza e rigore. Ognuno segue la sua strada che per lo più è sopravvivenza, carriera e dunque continuità, ci si può riempire la bocca di altisonanti discorsi sulla “morte dell’arte”, la fine del teatro, ecc., ma poi ci si appresta ad andare avanti e non nel senso beckettiano, ma solo perché finire davvero sarebbe un duro colpo per il proprio ego e per il mestiere che ti dà di che vivere. Dunque, dopo Beckett, nonostante Beckett si può tranquillamente ricominciare, magari da un classico, da Shakespeare per esempio. Ho sempre creduto viceversa che il rigore di una ricerca non ammetta scappatoie, né concessioni mercantili, perciò sono stato costantemente convinto che dopo Beckett, dopo la sua disgregazione della lingua teatrale, dopo il nulla, oltre il silenzio, quando la partita sia davvero finita e l'ultima parola detta, non potesse esserci più teatro di parola: o si ripete Beckett all'infinito o il silenzio.
Forse un altro teatro, un'altra forma di spettacolo c'è stata: il teatro laboratorio di Grotowski. Un teatro “povero”, senza scene, trucchi e costumi, senza personaggi, ma di esseri umani in relazione, un teatro del corpo, con la sua intelligenza e il suo patrimonio di memorie. E dopo Grotowski? Dopo che Grotowski ha abbandonato il teatro-spettacolo? Plus rien, per dirla con Beckett. O ‘altro’: una ricerca - come ha fatto il regista polacco - che ha dissolto il teatro nella sua essenza per trasformarlo in una via di conoscenza e relazione tra gli uomini. E invece, il teatro continua, il romanzo continua; il rigore assoluto, la verità universale di un uno non si traduce mai in un imperativo valido per tutti. Si torna indietro, si ricomincia, con arroganza ed insieme ingenuità, come se non fosse successo niente, come se la fine non fosse già accaduta. I libri si aggiungono ai libri, gli spettacoli agli spettacoli come i chicchi di Clov, in un accumulo insensato, in una parata babelica per sempre sottomessa alle leggi del mercato.

Gli anniversari delle morti di Beckett e Grotowski dovrebbero almeno servirci a riflettere sulla nostra incoerenza, sulla nostra mancanza di rigore.

“Si, ci sono momenti come questo, come stasera, che ho quasi l'impressione di essere restituito al fattibile. Poi passa, tutto passa, sono di nuovo lontano, ho ancora una storia remota, mi aspetto in lontananza perché la mia storia cominci, perché si concluda, e di nuovo questa voce non può essere la mia. È là che andrei, se potessi andare, quello là sarei, se potessi essere.” (S.B. Testi per nulla)