vignetta Altan

La nuvola
della sinistra

di Francesco Torchia, 26 ottobre 2018
Ho partecipato poco tempo fa a degli incontri pubblici in cui si ricordavano alcuni uomini di cultura del recente passato di cui ricorreva qualche anniversario. Ho trovato una platea e dei conferenzieri, nella maggioranza over sessanta, di area ex-comunista e dintorni. A tratti sembravano riunioni di reduci di una guerra persa, oscillanti tra la nostalgia dei momenti di gloria e la speranza fuori tempo massimo di una possibilità ancora praticabile. Alla fine dentro di me ho provato un senso di desolazione. Come se per poche ore avessi abitato un luogo desertificato e abbandonato, un luogo che una volta era stato fiorente e densamente popolato. Una Pompei della sinistra, nella quale echeggiavano lontani i suoni di un vecchio concerto dei Pink Floyd. Mi sono chiesto il perché di tanta desolazione interiore. Eppure in passato mi era già capitato di partecipare ad eventi simili, senza provare gli stessi sentimenti. È soltanto una contingenza storica? O c’è qualcosa di più? Certo, i tempi sono bui, per dirla con Brecht, ma non si tratta solo di questo, l’aria respirata in quegli incontri, non è passeggera, è definitiva, il segno tangibile di un mondo finito, di un orizzonte sepolto sotto la lava di un vulcano esploso. Come in un paesino del sud Italia, dove sono rimasti solo i vecchi, me compreso, a raccontarsi e ricordare il tempo che fu, gli anni spesi (che sono anche gli anni della gioventù) in mille battaglie, in un’arroganza generosa convinta che la meta ambita fosse a portata di mano. Qualcuno ancora si lascia sfuggire pronunciamenti battaglieri, manifesta una voglia ostinata di resistenza, ma nella confusione dei ricordi e nell’ebbrezza degli entusiasmi giovanili rievocati, tutti dimenticano la necessità di stendere un bilancio, di chiudere i conti, di aprire gli occhi sulle crudeli verità che l’attualità, il presente ci sbattono in faccia. Non parlo qui della politica della sinistra, ne ho fatto cenno in un altro articolo, ma di quella “nuvola” culturale, che dagli anni sessanta del secolo scorso, attraverso le contraddizioni degli anni Settanta, i riflussi degli anni Ottanta, le evaporazioni dei Novanta e infine i precipizi del nuovo millennio, ha accompagnato i passi del “popolo” della sinistra, ha costituito tutto il cielo dei suoi tòpoi e valori. Non un cirro o un nembo, ma una nuvola bianca (“bianchissima”, ancora Brecht), un’ombra leggera che attutiva gli ultravioletti rendendo più confortevole il cammino verso il “sol dell’avvenire”. In altre parole quell’insieme di discorsi e ragionamenti, quel miscuglio di buoni e cattivi pensieri, di alti valori e di slogan semplicioni che nei tempi del loro fulgore, tempi non sospetti, Gaber aveva ridicolizzato e che già allora si meritarono l’etichetta, non certo benevola, di “sinistrese”. Avevo dimenticato tutto questo, forse cancellato dalla memoria, ed ecco che poche ore spese ad ascoltare quiete commemorazioni di personaggi appartenuti alla sinistra in parte ortodossa, ma soprattutto d’opposizione, l’hanno resuscitato, producendo quella desolazione, quel senso di solitudine e abbandono da cui sono partite queste considerazioni. Perché? La nuvola bianca si è dissolta, al suo posto c’è un cielo plumbeo minacciante tempesta. Il sole è tramontato e non accenna a risorgere. Gli uomini della sinistra - ortodossa e non - se ne stanno sospesi tra il cielo e la terra, i loro pensieri non hanno più una sede, fluttuano in balia di sé stessi, incomprensibili ai più. I “vecchi” li ripetono stancamente, per inerzia, non avendo fabbricate nel frattempo nuove parole per affrontare il presente. Così la nuvola di ieri sopravvive anche nell’oggi, ma solo per loro. Questa nuvola scomparsa è stata tutto il mondo della sinistra, un olimpo mitologico dove risiedevano gli eroi: il Che, Fidel e la rivoluzione cubana, il sud America, il Cile del ’73 e poi dopo gli Inti-Illimani, il Vietnam del compagno Ho Chi Minh e la Palestina dei fedayn e di Arafat (prima che tradisse la causa). Canzoni, slogan, manifestazioni, un internazionalismo di facciata che regalava prospettive luminose: tutto ciò pulsava nei cuori e accompagnava una frenesia del fare convinta che in mancanza di una possibilità concreta di presa del “palazzo d’inverno” fosse necessario lanciarsi in una guerriglia culturale permanente votata a costituire nuclei di alternativa, isole di utopia realizzata, contro-poteri disseminati nel tessuto sociale, al centro e nelle periferie del sistema capitalistico imperante. Così nascevano anti-istituzioni nel cuore delle Istituzioni, riviste alternative, editori alternativi, comitati di quartiere, consigli di fabbrica, gruppi di base in ogni settore della cultura, persino comunità autodirette, nell’illusione ad ogni occasione di fare un passo avanti nella direzione del cambiamento radicale del sistema, dimenticando che una delle armi più sofisticate del neocapitalismo era proprio il liberismo permissivo, capace di concedere per meglio controllare e contenere ogni istanza rivoluzionaria. Così, nel tempo, alcuni di quei contro-poteri sono durati giusto un battito di ciglia, ingoiati subito dal succedersi degli eventi, altri – più strutturati – sono sopravvissuti più a lungo, perdendo tuttavia man mano che i tempi cambiavano forza ed efficacia; ed oggi, nello squallore del presente, sono sepolti sotto la lava, e se un giorno qualche scavo li riporterà alla luce, saranno solo tracce di una civiltà scomparsa. L’ossessione del “qui ed ora”, la disposizione ad affrontare solo la contingenza, l’incapacità di fare previsioni sul futuro, di occuparsi in profondità dell’evoluzione del capitalismo, sono i fattori determinanti dell’estinzione culturale della sinistra, storica e nuova, così divisa nella prassi spiccia delle battaglie politiche, ma poi accumunata nel processo di lenta e inesorabile obsolescenza. Ma il limite più grande, il peccato originale, l’origine della desolazione attuale è stata la sterilità di quel manipolo di grand’uomini che oggi commemoriamo, l’impotenza di quelle avanguardie sulla cresta dell’onda negli anni affannosi delle micro-rivoluzioni impossibili. In pochi si sono occupati di preparare una seconda, una terza generazione, capace di battersi anche dopo la dissoluzione della nuvola mitologica con i suoi eroi, il suo orizzonte di valori, i suoi slogan. Così, morti o invecchiati i padri fondatori non è restato che il deserto o al più una ghost town disabitata e in rovina. Una stagione della vita e della politica è passata, ma i suoi protagonisti, quelli sopravvissuti, non se ne sono accorti, continuano a vivere avvinti al passato che si perpetua nell’oggi, rispondono alle durezze del presente con gli stessi ragionamenti di ieri, mentre le giovani generazioni senza strumenti ereditati da chi li ha preceduti, affogano dilaniate da aut-aut cui non sanno rispondere. La classe operaia non è andata in paradiso, il ceto medio è sprofondato nell’inferno, i padroni non portano più il cilindro, un’unica classe omologata nei bisogni e nei consumi si è fatta maggioranza: la piccola borghesia piena di rabbia e di frustrazioni. Ma nel contempo le disuguaglianze si sono acuite, e la povertà non è solo una condizione materiale, ma anche il deserto dell’anima. Di fronte a tutto questo, sotto questo cielo grigio, la sinistra di oggi non ha risposte, non ha armi, non ha parole capaci di spiegare, orfana di padri che non hanno lasciato eredità. C’è tutto questo (e molto altro) dietro quel senso di desolazione da cui sono partito e che ancora oggi mi porto appresso, ogni volta che volgo lo sguardo indietro.

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