La vecchia e la nuova destra
Postato il 23 Novembre 2018, di Francesco Torchia
destre

Né di destra né di sinistra

Quando qualcuno dichiara di essere né di destra né di sinistra, allora è sicuro che è di destra. Quando qualcuno si dichiara di sinistra, non è detto che lo sia davvero. Quando qualcuno si dichiara di destra, ci sono buone probabilità che lo sia davvero, ma anche molte possibilità che non lo sia. Quando si dice che qualcuno è di sinistra, spesso s’incorre in errore; lo stesso vale quando si attribuisce a qualcuno una patente di destra. Dunque partiamo dal presupposto che la confusione tra destra e sinistra è grande e che, se possibile, siamo andati oltre il gioco perverso e ridicolo che a suo tempo Gaber stigmatizzò.

Destra e sinistra, in ogni caso, esistono. Sono “categorie dello spirito” 1prima che schieramenti politici, sono opposti di una dialettica che è fisiologica, mentale e spaziale, ben al di là dei reciproci riferimenti ideologici. Sottrarsi a questa dialettica è un gioco infantile, nel senso di ingenuo, il segno di un’incultura e soprattutto di una scarsa coscienza di ciò che regge i pensieri comuni, di ciò che al di sotto della schiuma delle opinioni personali si muove nelle profondità degli strati geologici del pensiero.
Sono d’accordo sul sostenere che ciò che viene attribuito all’uno e all’altro polo spesso è frutto di pregiudizi e luoghi comuni: per cogliere le reali differenze bisogna scendere in profondità, scavare negli abissi emozionali-inconsci della psiche umana, abbandonare le consuete e abusate parole d’ordine ricavate dalle rispettive - ossificate e banalizzate – ideologie di riferimento.
Perciò quando viene qualcuno, un movimento politico per esempio (dall’Uomo qualunque ai 5 stelle, per limitarci al nostro paese), e afferma di essere al di là (o al di qua?) della destra e della sinistra, è sempre opportuno chiedersi se tale affermazione corrisponda ad una qualche verità o non sia piuttosto il frutto di una conoscenza soltanto superficiale della Storia e della Filosofia (compresa quella politica).
Propendo per la seconda ipotesi e spiegherò brevemente perché.
Intanto si tratta di denominazioni di comodo, sostituibili e persino intercambiabili, convenzionalmente assunte come paradigmatiche a partire dalla disposizione spaziale delle diverse correnti politiche nella Assemblea post rivoluzione francese. Ma se i Girondini si fossero disposti a sinistra (come del resto era nella prima Assemblea rivoluzionaria) e i Montagnardi a destra, oggi chiameremmo destra ciò che è sinistra e viceversa. Comunque questa distinzione riguarda ancora la politica, ambito che qui interessa solo marginalmente, ciò che non può essere superato al di là dei nomi assegnati è la sostanza indicata dai nomi; una sostanza che possiamo chiamare come vogliamo, specificare sempre meglio adoperando una rete articolata di altre opposizioni, ma che comunque resta ben distinta, contrapposta, indice di due atteggiamenti diversi di fronte alla vita. Se quando ci si dichiara l’uno o l’altro o nessuno dei due si fosse consapevoli della sostanza psicologica, culturale, storica che si mette involontariamente in campo, forse si sarebbe più cauti nello schierarsi in un campo o in un altro, o – altezzosamente, illudendosi di essere più postmoderni – in nessuno dei due.

sinistra-destra
Purtroppo non siamo ciò che la nostra volontà vorrebbe, solo l’esperienza di un altro può dire ciò che siamo veramente se non fosse a sua volta obnubilata dall’esperienza che ha di se stesso 2. In ogni caso sono soltanto le nostre azioni e reazioni a determinare ciò che siamo e non le dichiarazioni che rilasciamo circa le nostre convinzioni ideologiche, politiche ecc. Le azioni-reazioni spesso contraddicono i valori cui ci richiamiamo, l’istinto non sempre si piega alla ragione, l’inconscio quasi sempre prevale sulla coscienza morale. Diciamo, per comodità, che a destra della nostra esperienza la ragione spesso si modella su ciò che l’istinto detta e le pulsioni inconsce a loro volta foggiano la coscienza morale, viceversa a sinistra la ragione e la coscienza morale tentano disperatamente di imporre il loro dominio. Dimentichiamo la distinzione politico-ideologica di destra e sinistra e assumiamone una antropologica. sinistra o destra

Antropologia della destra


Se guardiamo ai comportamenti delle persone schierate a destra e contemporaneamente prestiamo attenzione alle opinioni e convinzioni dichiarate, possiamo notare alcune costanti. Innanzitutto la prevalenza di uno sguardo rivolto indietro, del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, oppure “ieri certe cose non succedevano”. Il presente e la modernità sono la fonte di tutti i mali, il passato, assunto con connotati stravolti rispetto a ciò che è realmente stato, rappresenta la purezza che l’oggi ha contaminato. E più indietro si volge lo sguardo più ci avviciniamo ad un’ideale “età dell’oro”. Naturale correlato di questo atteggiamento è una visione della storia come decadenza, degenerazione e una considerazione tutta negativa del cosiddetto “progresso”. Conservare o restaurare sono i verbi principali della destra (e non ci si lasci ingannare quando sono mascherati dietro la parola d’ordine: “cambiamento”). Le conquiste della scienza, le innovazioni tecnologiche sono viste con sospetto, se sul piano pratico le si adotta acriticamente, illudendosi che il valore d’uso sia disgiungibile dal valore simbolico, sul piano teorico si è sempre pronti a rilevarne solo gli effetti negativi. Ovviamente l’incoerenza, la contraddizione tra vita pratica e pensiero, tra abitudini e convinzioni sono una conseguenza inevitabile. Il conformismo pragmatico è direttamente proporzionale all’ideologia conservatrice.
Il fattore reattivo (pericolosamente confinante con il suo equivalete politico: l’impulso “reazionario”) è il comune denominatore della cultura di destra: reazione alle brutture del presente, reazione alla diffidenza nei confronti dell’altro, reazione alla paura. Antropologicamente, molto prima che al livello ideologico, non si può affermare nessun superamento della dicotomia destra/sinistra, anzi bisognerà accettare che in ciascuno di noi agiscono entrambe le culture e la prevalenza dell’una sull’altra è determinata dai più diversi fattori (ambientali, familiari, taluni persino casuali e contingenti) e che il passaggio da una posizione all’altra può avvenire nell’ambito della stessa persona soprattutto con il trascorrere degli anni. È facile notare come in gioventù prevalga un atteggiamento ribelle e audace, spesso incorniciato da un’ideologia di sinistra, e come in vecchiaia paura, insicurezza e diffidenza finiscano con avere il sopravvento dipingendosi di sfumature ideologiche di destra.
In secondo luogo la destra si caratterizza per una propensione alla diffidenza nei confronti dell’altro, identificato come estraneo/straniero e pertanto come pericoloso, in quanto potenziale attentatore alla propria libertà. I confini del proprio territorio sono sacri e inviolabili, l’altro è sopportabile solo finché non oltrepassa il limite invalicabile. Quando ciò avvenisse, si trasformerebbe immediatamente in un invasore e quindi un nemico a tutti gli effetti. Questo atteggiamento prima che sul piano politico (vedi le posizioni nei confronti dei migranti o degli altri Stati nazionali) è all’opera già nello spazio della vita privata: ogni altro è un diverso, altro da me (un rivale), fosse anche il mio più stretto parente, il mio più intimo congiunto. Il vicino è un intruso, qualcuno che trama contro i miei diritti, “chissà cosa succede di losco entro i suoi confini”; il quartiere che abito è il migliore di tutti, il mio paese è in perenne concorrenza con gli altri paesi, la mia patria, il popolo cui appartengo sono sempre dalla parte giusta. Integrazione, comunione e comunità, unione e unità sono parole escluse nel vocabolario della destra. L’unica strada praticabile nella relazione con l’altro, con gli altri è tutt’al più il compromesso: ciascuno è padrone a casa sua. L’uguaglianza è bandita dal lessico dell’uomo di destra: siamo tutti inevitabilmente diversi e diseguali, ed io sono il migliore (per meriti, o per censo, o per nascita). In terzo e ultimo luogo, al fondo di tutti gli atteggiamenti e i sentimenti che antropologicamente caratterizzano la cultura di destra c’è la “paura”. È incredibile come l’egoismo spaccone e guerrafondaio del conservatore-reazionario si erga non su una forza e una sicurezza conclamate, ma su una fragilità sentimentale e attitudinale. Un senso di minaccia perenne incombe su ciascun individuo, ognuno s’affaccia al mondo spaventato, terrorizzato dalla consapevolezza della sua debolezza. La paura regola la vita d’ogni uomo, gli impedisce di vivere (per dirla con il Buddha), ma c’è modo e modo di reagire ad un istinto innato: c’è chi lotta con se stesso per superarlo, c’è chi fugge e si nasconde alla vista dell’altro (Altro), c’è chi rivolge tutta la propria paura contro l’altro, la trasforma in ira, odio, rancore, invoca sicurezza o se la procura da sé. Nella cultura di destra, la minaccia proviene sempre dall’esterno ed è dunque dall’esterno che bisogna difendersi, erigendo muri invalicabili, armandosi, promulgando leggi restrittive e repressive, organizzando uno stato di polizia a protezione della propria dimora, del proprio “io”.
Il fattore reattivo (pericolosamente confinante con il suo equivalete politico: l’impulso “reazionario”) è il comune denominatore della cultura di destra: reazione alle brutture del presente, reazione alla diffidenza nei confronti dell’altro, reazione alla paura. Antropologicamente, molto prima che al livello ideologico, non si può affermare nessun superamento della dicotomia destra/sinistra, anzi bisognerà accettare che in ciascuno di noi agiscono entrambe le culture e la prevalenza dell’una sull’altra è determinata dai più diversi fattori (ambientali, familiari, taluni persino casuali e contingenti) e che il passaggio da una posizione all’altra può avvenire nell’ambito della stessa persona soprattutto con il trascorrere degli anni. È facile notare come in gioventù prevalga un atteggiamento ribelle e audace, spesso incorniciato da un’ideologia di sinistra, e come in vecchiaia paura, insicurezza e diffidenza finiscano con avere il sopravvento dipingendosi di sfumature ideologiche di destra.
Allora, da questo punto di vista, l’affermazione “non sono né di destra né di sinistra”, non ha senso, in realtà più cautamente bisognerebbe - nella maggior parte dei casi – ammettere di avere in sé tracce di destra e di sinistra.

Le nuove destre

Se trasportiamo le considerazioni antropologiche in ambito politico, è più facile comprendere come quelle formazioni che orgogliosamente non si richiamano né all’ideologia di destra né a quella di sinistra, in realtà rappresentino una nuova destra poiché si muovono, anche se con taglio postmoderno, entro quelle coordinate antropologiche sopra definite.
La nuova destra oggi in Italia è rappresentata da due partiti, Lega e M5S, guarda caso insieme al governo.
Il caso della Lega è relativamente facile. Si tratta di un partito vecchio che si veste di nuovo (da para-secessionista a nazionalista), che conserva tuttavia le antiche istanze e ne aggiunge di nuove. Con un’aspirazione monistica 3 (fatto che accomuna gran parte dei partiti neopopulisti) la Lega, con l’intento di allargare la sua base elettorale, si fa inclusiva ed esplicitamente, o più spesso implicitamente, accoglie nel suo alveo forme e istanze tradizionali e moderne della costellazione politica della destra: dalle frange più estreme (Casa Pound), ai movimenti destrorsi di protesta sorgenti ad ogni occasione (“forconi”, produttori del latte, taxisti, camionisti, vittime di questo o di quello); dalla piccola-borghesia delusa da Forza Italia a larghe porzioni di elettori provenienti dalle aree tradizionali della “destra sociale”. Il risultato di questa aggregazione (che somma contenuti simil-razzisti e xenofobi, evidenti nella base e velati con furbizia al vertice) è un programma rivendicazionista, una lista di “aboliremo” e “ristabiliremo”, un programma nel quale l’innovazione assume l’aspetto di un ritorno indietro, e ogni richiesta del proprio popolo, ragionevole o irrazionale ed egoistica che sia, diventa vangelo da seguire senza incertezze.
salvini
Più complessa è la collocazione del M5S. All’origine nasce sulla spinta di parole d’ordine e discorsi apparentemente e vagamente di “sinistra” (di una sinistra non ortodossa, movimentista e ben lontana dagli sviluppi liberali-liberisti della sinistra di governo): assunzione del modello della “decrescita felice”, vicinanza ai movimenti no-global, ecologia, riferimenti frequenti ai temi legati ai “beni comuni”, reddito di cittadinanza, democrazia diretta, giustizia giusta, uguaglianza ecc. Nel passaggio dalla teoria (esposta nel blog del comico Beppe Grillo e negli “eleganti” raduni dei “vaffa day”) alla pratica di governo e di gestione politica interna del movimento, la facciata di sinistra si è dimostrata solamente tale, un rivestimento di superficie che nasconde un sostanziale “neo conservatorismo” di destra. Innanzitutto il tema della “decrescita”, assunto con approssimazione all’inizio, anziché essere approfondito e magari corretto teoricamente, è stato messo da parte, lasciato in pasto alle facili ironie della vecchia destra e della sinistra liberale, in secondo luogo i temi ecologici, no-global, dei beni comuni, dell’uguaglianza si sono stemperati in generiche e ondivaghe prese di posizione e provvedimenti quasi sempre tendenti a restaurare il “com’era” prima che intervenissero le riforme degli ultimi governi; lo stesso “reddito di cittadinanza” da misura universalistica, con forti connotati utopistici, mancando di fondamenti teorici solidi sul terreno dell’analisi del “lavoro” nel contesto del neocapitalismo del terzo millennio, si è trasformata in una pezza a carattere assistenzialistico per attenuare le vecchie e nuove povertà. Infine il tema della “giustizia giusta”: alla prova dei fatti si è esacerbato in una sorta di giustizialismo di principio (vecchia bandiera della destra) sotto la spinta dell’imperituro travaglismo. Last but not least, la questione della democrazia diretta. Già in un articolo precedente 4 ho tentato di demistificare il modello della democrazia diretta, ora - ammesso che in sé sia una battaglia di sinistra – si tratta di vedere la sua coniugazione nella pratica gestionale del movimento da parte dei suoi vertici. Ebbene, incardinandosi nel modello della piattaforma Rousseau da una parte, e dall’altra nelle regole che determinano l’adesione e/o espulsione nell’ambito dei gruppi parlamentari e consigliari, ancora una volta dietro lo slogan ultra democratico si cela una pratica (caratteristica di tutti i neopopulismi) totalitaria, settaria, da patto di sangue tra gli iscritti (alla piattaforma), gli eletti e la leadership in parte anonima (quella occultata dagli algoritmi della piattaforma Rousseau), in parte supposta come carismatica. (Ma quale carisma? Quello del comico dai pensieri abborracciati e scurrili o del capo politico di Pomigliano dalla loquela striminzita e spesso sgrammaticata?).
M5S La piattaforma Rousseau: uno si immagina che sia un forum, un luogo dove si discute, si ragiona, magari ci si scontra e forse alla fine si arriva ad una decisione collettiva, e invece è davvero una piattaforma, non nel senso informatico, ma nel senso di una forma piatta sulla quale si depositano, filtrate da algoritmi di cui nessuno conosce il codice (tranne la Casaleggio Associati) le opinioni, i suggerimenti degli iscritti dotati di password, in un’accumulazione fine a se stessa dove nessuna richiesta o proposta riceve una risposta o un riscontro (perché il sistema non prevede una simile eventualità), come del resto già avveniva sul blog di Grillo (in maniera ben più massiccia: migliaia di commenti ai post senza risposta da parte dell’amministratore del blog). Entrare nella piattaforma è un po’ come cercare di contattare in chat online o telefonica un fornitore di connessioni e servizi internet. Non sai mai se dall’altro capo del telefono o della chat c’è davvero qualcuno in carne ed ossa che ascolta, o se è soltanto un avatar, una voce registrata, ancora una volta un algoritmo che ha programmato le risposte per una serie algebrica di casi. E soprattutto hai l’impressione di trovarti al centro di un labirinto dal quale sarà impossibile uscire “soddisfatti e rimborsati”. Così è con il “Rousseau” dei 5Stelle, puoi dire la tua finché vuoi (democrazia diretta), ma non puoi esser mai certo di una corrispondenza (solitudine informatica), ti illudi di partecipare con il tuo commento o con il tuo voto, ma in realtà sei ininfluente, dal momento che non hai nessun controllo (feedback) a disposizione e alla fine puoi solo accettare o condividere qualsiasi decisione. Si dice che la piattaforma sarà perfezionata, sì, ma in quale direzione: verso l’istituzione di un’agorà online, dialettica e trasparente, o verso un grande fratello opaco e totalitario?

Ancora una volta diffidenza, sospetto e paura, con il loro correlato reattivo e intollerante stanno alla base dell’azione politica, rivelando l’appartenenza alla destra in chiave antropologica del M5S; e non vale il sillogismo secondo il quale poiché molti ex elettori della sinistra votano 5Stelle, allora il movimento ha in sé un anima di sinistra: primo perché il rapporto tra base elettorale e vertice è molto labile, secondo perché bisognerebbe interrogarsi se davvero quegli elettori fossero mai stati di sinistra. Un voto, una dichiarazione di appartenenza – in un’epoca di qualunquismo diffuso - non sono la patente di un’identità certa. C’è da mettere in conto sentimenti oscuri e reazioni di pancia (rabbia, protesta, insicurezza, odio…) che inducono oggi gli elettori a scegliere un simbolo, essendo venuta meno quell’identificazione farlocca garantita dalle ideologie passepartout di ieri.

Sia di destra che di sinistra

Alla fine del ragionamento (che ho volutamente sintetizzato) ciò che si può dedurre è che ci troviamo non in un oltre la destra e la sinistra, ma dentro l’una e l’altra confuse e miscelate. Ad esser cambiato è l’orizzonte culturale e ideologico delle vecchie polarizzazioni, non la base antropologica. Potremmo prendere la vecchia canzone di Gaber e mescolare le parole, lasciando al caso le combinazioni. In una direzione o nell’altra comunque funzionerebbero, perché è proprio quello che è successo dagli anni novanta ad oggi, molte azioni che erano di destra sono diventate di sinistra e viceversa. La realtà di oggi è una confusione/commistione tra idee di destra e di sinistra, distribuite equamente in tutto l’arco costituzionale e anche fuori dei suoi confini. Gli estremi si toccano e soprattutto si miscelano: il sovranismo – proprio della destra – è adottato anche in certa sinistra, l’egualitarismo, da sempre di sinistra, oggi è sbandierato da molta parte della destra, il liberismo rinasce a sinistra, il socialismo a destra (naturalmente a parole). Insomma nessuno può dire: “non sono né di destra, né di sinistra”, tutti possono ammettere di essere di destra e di sinistra e, dal momento che nostalgia, diffidenza (con tutte le sue varianti peggiorative) e paura abitano nel cuore della maggior parte degli uomini e delle donne di destra e di sinistra, possiamo concludere che a dominare il campo sia la destra, nelle sue vesti aggiornate.
Qualcuno chiederà: e la sinistra? che fine ha fatto? Beh, per questa ricerca bisognerà rivolgersi a “Chi l’ha visto”.
sinistra

1L’affermazione vuol essere provocatoria. Il riferimento hegeliano del resto può essere rovesciato marxianamente in “categorie della materia”. Categorie che dividono il sapere, l’etica (lo spirito) e l’essere concreto degli uomini, l‘economia (la materia), a prescindere dalla volontà del singolo individuo.
2Faccio qui riferimento a un libricino di Ronald Laing, La politica dell’esperienza (Feltrinelli 1968), nel quale in forma quasi poetica, l’autore dibatte appunto l’ambiguità equivoca dell’essere di ciascuno disgiunto dall’esperienza altrui, fino a giungere alla messa in discussione di una possibile “normalità” dell’essere.
3Un monismo che, sorprendentemente, nell’identificazione di rappresentante e rappresentato somma un principio teologico con un modello amministrativo.
4vedi “Il mito della democrazia diretta