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Lo stallo delle sinistre
Postato il 02 Agosto 2018, di Francesco Torchia
sinistra

1. La crisi attuale delle sinistre (in Italia, ma non solo) storiche, nuove, radicali o moderate che siano, non è una questione che riguarda gli ultimi anni, ma una storia lunga che affonda le sue radici già nell’immediato dopoguerra e si evolve progressivamente acuendosi difronte ad ogni nuova svolta epocale. Saltarne una fase (che è anche una lenta obsolescenza) significa non comprendere a fondo l’attuale stallo e di conseguenza impedirsi di valutare le possibili risposte.

2. Dunque non serve né giornalismo, né cronachismo, ma approfondimento teorico, storico, analisi culturale, economica, occorre scomodare principi di filosofia politica, affrontare la questione anche con un taglio socio-antropologico. Dimenticare i nomi (di tutta la vasta area, non solo quelli di provenienza comunista): Togliatti, Amendola, il gruppo del Manifesto, Nenni, Saragat, Craxi, Moro, Berlinguer e giù a discesa Napolitano, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi etc…, superare i conflitti di potere di piccolo cabotaggio, le invidie, le ambizioni, le arroganze individualistiche; occorre uscire dal seminato retorico delle etichette: revisionismo, anti-revisionismo, massimalismo, riformismo, estremismo, socialismo democratico, neo-liberismo di sinistra, prima, seconda, terza via, etc. Epifenomeni che non dicono niente se non ciò che è risaputo. Insomma bisogna guardare al mutare delle strutture profonde delle società e cogliere l’intersecarsi di queste mutazioni con l’apparato teorico, pratico e organizzativo di quel panorama politico e culturale che a partire dalla rivoluzione francese è andato definendosi “sinistra”.

pci
3. Procediamo rapsodicamente, per aforismi e paradossi, in attesa di una nuova summa teorica, i cui prodromi (oggi poco frequentati) sono rintracciabili in un lungo cammino che accumula (anche nella contraddizione) scuola di Francoforte, Marcuse, MacLuhan, Althusser, Foucault, Baudrillard, Lyotard, postmodernismo, pensiero debole, via via fino a Bauman…

4. Si dice, da qualche tempo, che la sinistra ha perso il suo popolo. Ma cos’è un “popolo”? E poi, davvero la sinistra dagli anni ’50 in avanti ha avuto un suo popolo? Il popolo delle “case del popolo”? Il popolo degli “operai-massa” delle fabbriche del nord inzeppate di immigrati del sud? Il ceto impiegatizio delle aziende di stato? Insomma la base sociale che ha garantito per più di tre decenni un 30% elettorale al PCI? Ebbene prima di rimpiangere o colpevolizzarsi per questa perdita, occorre ben analizzare la natura composita e l’identità culturale di questo popolo. Se ci fu davvero, fu appunto un popolo, un’identità vaga, interclassista, ma a cultura piccolo-borghese, e mai una “classe” in senso marxiano e tantomeno “rivoluzionaria”. Non un soggetto sociale coeso e identitario, piuttosto una base elettorale contrapposta e speculare a quella democristiana.
festa unità
Quel popolo, intriso di cascami ideologici, benpensante, non hai mai rappresentato una forza propulsiva. L’aria che si respirava nelle sue “case” non era meno pesante e asfittica di quella delle parrocchie. Perderlo per strada era inevitabile, consegnarlo in mani altrui più consone a rispondere ai suoi bisogni sempre più indotti e manipolati, un destino inesorabile.

5. Il partito. Non il PD, ma già il PCI, nei decenni, non ha saputo né voluto star dietro ai movimenti, ai soggetti sociali emergenti; con un atteggiamento diffidente, paranoico e settario, tipico della tradizione comunista, ha tenuto a distanza, condannato, disprezzato ogni istanza innovativa, considerandola sempre eretica. E non rigenerandosi, attingendo alla linfa viva dei fermenti sociali di volta in volta in atto, l’albero si è seccato.
pds
È mancato il lavoro culturale. Vecchio vizio che affonda le sue radici già nei fondamenti teorici marxisti, dove la pratica culturale era relegata al ruolo sovrastrutturale, dunque nella sostanza ininfluente. Si è preferito il sindacalismo e il tatticismo politicistico. Così le grandi sfide che i nuovi tempi proponevano sono state affrontate solo superficialmente. Negli anni il partito ha cambiato nome, ma non sostanza né tantomeno impianto teorico, con il risultato di amputarsi le proprie braccia operative. Se a questo si aggiunge la chiusura intollerante e il personalismo delle classi sue dirigenti, ecco che il gioco è fatto. Inutile insistere sull’elenco delle occasioni perdute in termini di eventi storici accaduti: dal boom economico al ‘68, dall’avvento del consumismo all'esplosione della postmodernità, fino all’instaurarsi della globalizzazione con la conseguente liquefazione delle relazioni sociali, dei modelli di comportamento, delle identità e degli assetti morali. E che dire delle rapide trasformazioni dei soggetti e delle classi; dell’emersione di nuovi protagonisti della scena sociale: gli studenti e i giovani operai negli anni settanta, per esempio, rigettati sotto l’etichetta, già leninista, dell’estremismo impaziente. E poi la lenta dissoluzione della classe operaia e di seguito lo sfaldamento del ceto medio e la comparsa del mondo del precariato…? Analisi mancate, aggiornamenti non ortodossi, o tali da non permettere di assorbire il nuovo nel vecchio, e dunque rifiutati; la cerchia ristretta dei quadri di partito e degli intellettuali “organici” carente di apertura e di disponibilità a modificare forma mentis e apparato ideologico, capace solo di espellere, mettere all’indice. In sostanza una lunga storia di continuità senza deviazioni o fratture significative. La formula del “cambiamento nella continuità” ha garantito solo la conservazione della tradizione sia in termini di linea che di strategia.
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6. Economicismo e sindacalismo sono stati nel tempo due limiti insuperati che hanno impedito una visione aperta e proiettata al futuro. Il primato dell’economia, la struttura come ultima istanza, un Marx forse frainteso o sovrainteso o comunque cristallizzato nelle formule originali, e così le grandi mutazioni del sistema discorsivo, antropologiche, di mentalità, dell’epoca contemporanea e postmoderna, diventate nel frattempo autonome, indipendenti, “strutturali”, non hanno seminato capovolgimenti significativi nel modus operandi del PCI prima, del Pds, Ds, PD poi. Come si fa a non tenere conto, nelle ‘pratiche’ e non solo vagamente in teoria, dell’avvento del consumismo con il suo correlato pubblicitario, dell’omologazione di pasoliniana memoria, dell'omogeneizzazione identitaria e del passaggio ad una “società liquida”? Della virtualizzazione finanziaria dell’economia reale? O meglio perché limitarsi a citare i fenomeni nei discorsi congressuali, e poi non trarne conseguenze strategico-tattiche, cambiando magari linea? La priorità del legame con il sindacato (l’intoccabile, l’infallibile, l’”insindacabile” CGIL) è stata un tutt'uno con l’economicismo, spingendo ad un’azione prevalentemente difensiva e rivendicazionista, e - a diritti acquisiti - soltanto conservatrice. Lasciando perdere le pur importanti questioni della burocratizzazione e autonomizzazione dei quadri alti sindacali, sorvolando sulla mancanza di un'elaborazione prospettica di ampio respiro, balza agli occhi l’assoluta incapacità di comprendere, prevedere e anticipare le trasformazioni del “lavoro” (dei lavori) intercorse negli anni.
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7. Il lavoro: ecco un punto dove davvero la tradizionale divisione tra aspetti economici e modelli culturali si ribalta e si intreccia complicandosi e prospettando l’esigenza di una rottura di schemi prefissati e di elaborazione di nuove visioni. Mi limito a qualche accenno, rinviando ad approfondimenti successivi. È noto che oggi siamo entrati in una fase nella quale il “lavoro” vive una dimensione nuova e acquista un profilo diverso per il futuro. La stessa idea di lavoro nelle giovani generazioni è profondamente e radicalmente mutata. Ciò che le sinistre (sindacalismo compreso) sostengono e difendono, spesso riempiendo le analisi di belle parole futuristiche, ma restando ancorate nei fatti ai vecchi modelli, non corrisponde più ai bisogni e ai desideri delle persone. Il lavoro fisso, a tempo indeterminato, è e sarà una chimera, è stata una fase dello sviluppo delle società occidentali, oggi - a prescindere dal fatto che non c’è - non può che limitare con la sua fissità le libertà individuali e di gruppo. Altra cosa è il mantenimento e rafforzamento dei diritti e delle tutele del lavoratore. Lavoro a tempo indeterminato (il famoso “posto fisso”, magari pubblico, ossessione degli anni ‘50/’60) non è necessariamente il correlato di un lavoro ben retribuito, tutelato e protetto: l’essenziale è garantire il secondo aspetto anche in presenza di lavori a termine, con tanto di accudimento del lavoratore nelle fasi di passaggio. Perché non è pensabile una società immobile, con lo sguardo rivolto al passato, dove gli individui garantiti, ma alienati, siano costretti a vivere in una gabbia che dà sicurezza e nello stesso tempo succhia la linfa della vita; la società del futuro non potrà che essere (così come già è nei cuori di ciascuno) aperta, percorsa dall’istinto di libertà e di fuga dalle situazioni claustrofobiche, pregna di scambi, relazioni, spostamenti e nuovi stanziamenti. Tra distopie e utopie è sempre meglio scegliere le seconde, se non altro perché aiutano a rendere un po’ più possibile l’impossibile.

P.S. Partito per buttare giù qualche titolo e pochi appunti, mi accorgo di essermi lanciato in un mare aperto e agitato. Ogni punto richiede analisi, spiegazioni e ulteriori riflessioni, verranno col tempo, anche da parte di chi parteciperà a questo blog. Intanto a mo’ di conclusione una preghiera a chi delle sinistre si occupa per professione o per ragioni di partito. Evitate proposte e soluzioni, ai singoli problemi che si affacciano, basate sul già noto, in automatico, non ricorrete alle vostre opinioni del momento e nemmeno a quelle che paiono radicate (sono le più pericolose), fate scienza, pensate culturalmente. Forse è venuto il momento di far nascere una ‘nuova sinistra’, quasi immemore, pronta a reinventarsi. Prima che lo stallo si trasformi in scacco matto.