L'androide che mangia nutella
Postato il 26 Maggio 2019, di Francesco Torchia
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Matteo Salvini non è umano.

Non perché compia atti disumani, non perché chiude i porti, se la prende con i rom, spara a zero contro tutti gli avversari, e nemmeno perché spesso risuonano nelle sue parole tracce di odio, disprezzo, rimembranze sbiadite di regimi passati. Matteo Salvini non è umano. Non perché non si fa scrupoli nell’accostarsi a formazioni di estrema destra, e nemmeno per il suo pugno di ferro sulla sicurezza.
Matteo Salvini non è umano perché rappresenta il prototipo di una nuova specie, il frutto di una mutazione antropologica, il primo rappresentante di un tipo di replicante che clona le caratteristiche umane alla perfezione al punto di impedire a chiunque di riconoscerne l’alterità. Non si tratta di una qualche invenzione da laboratorio cibernetico, di un nuovo tipo di replicante robotizzato, è semplicemente il frutto più riuscito (al momento) del nostro mondo mutato, della caduta del pensiero umano ai livelli più bassi, della smaterializzazione dell’autocoscienza, dell’accumulo di tweet, dei monologhi su facebook, del gioco continuo con gli algoritmi per trovare risposta ad ogni problema, di un narcisismo dilagante che non ha più niente a che vedere con il Narciso del mito e che non ha bisogno di alcuno specchio per innamorarsi di sé, bastando un selfie, ma che si fonda sull’ignoranza, sull’arroganza dell’ignoranza, sul non voler sapere nulla di ciò che esula dai propri bisogni, desideri, interessi.
È l’effetto incarnato di una cultura di massa che mescola tutto e l’incontrario di tutto in mancanza di un universo di valori di riferimento, (meglio di una mescolanza gassossa di tutti i valori), una cultura che rimpinza le pance del popolo e che si fa summa nei suoi massimi esponenti: i capipopolo.
Il degrado culturale e antropologico della realtà, è arrivato in anticipo sugli sforzi del virtuale e della robotica nel generare il primo esemplare (non cinematografico) di androide.


Ecco, Matteo Salvini non è umano perché è un androide.

Si tratta di un’evoluzione della specie, determinata dall’assorbimento delle nuove tecnologie, dall’aver superato l’infanzia e l’adolescenza (nei fatidici anni Ottanta) saziandosi di televisione berlusconiana, di fumetti e di nutella.
Un cibo letale capace di trasformare l’uomo, instillando un senso di onnipotenza spropositato, di indurlo a vivere senza valori fissi, ma di dotarsi di idee e valori mutabili, intercambiabili: amare Guccini, Vasco, De André e agitare con sfrontatezza bibbie e rosari. L’androide Salvini (in politica l’uovo di Berlusconi, più che di Bossi) non conosce molte parole, nella mutazione ne ha apprese un tot e quelle ripete ossessivamente, non possiede una vasta gamma gestuale e perciò nei comizi, nelle trasmissioni televisive è sempre uguale a se stesso: capacità di ragionamento pari a zero, al di là delle frasi preconfezionate, delle formule ripetute, dei proclami di rito, nulla, il silenzio delle sinapsi. A domanda non traducibile nel linguaggio androide, nessuna risposta.
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L’androide si muove tra consumi e valori con duplice mossa: è liquido e scivola da un opposto all’altro senza tener conto di storia, tradizione, cultura, è solido nella sicumera delle proprie certezze. In realtà confuse, perché non potrebbe essere altrimenti nella situazione data, di una confusione che sa di opportunismo: far contenti tutti, essere a tutti i costi simpatico, incarnazione sublime di quell’uno vale uno che mentre illude somiglianze e affinità, ipocritamente finge una prossimità con il popolo di elettori per affermare la leadership di un capopopolo, di un nuovo tribuno della plebe, di un castigatore di costumi e uomini, clandestini, rom e miserabili dei centri sociali.
L’androide all’occasione è poliziotto, carabiniere, guardia forestale, pompiere no perché gli è stato proibito e finanziere nemmeno, perché non gli conviene. Dategli una divisa qualsiasi e lui è pronto ad indossarla, persino l’abito talare sarebbe di suo gradimento se necessario a convincere gli elettori, magari per farsi propagatore dell’ortodossia ratzingheriana contro il comunista ed eretico Papa Francesco.
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Tutto ciò che un uomo appartenente alla specie Sapiens Sapiens si vergognerebbe di dire e fare, per l’androide Salvini non costituisce problema, anzi è una continua sfida, il gusto di una trasgressione fine a se stessa. La faccia tosta, l’impudenza, la non considerazione dell’altro specie se si tratta di un avversario politico, sono le armi principali dell’androide Salvini. “Me ne frego” è il suo motto, con richiami atti ad adescare le simpatie dei molti nostalgici che ancora popolano l’Italia.
“Nessuno può fermarmi, vado avanti come un treno”, sono altre frasi ricorrenti nel lessico del nostro, la cui impudenza supera persino quella del mentitore per antonomasia: Berlusconi.
Nulla è vero e nulla è falso nei suoi comizi, tutto è in funzione ora di questo, ora di quello, tuttavia alcuni punti fissi passatisti riecheggiano nel suo agire: ordine, famiglia, patria e disciplina, ma liquidamente al punto da non imporgli un comportamento conseguente e coerente con la loro enunciazione
Ma il fatto più grave è che non si tratta solo di Salvini, la nuova specie (in particolare tra i quarantenni) sta prendendo sempre più piede, anzi sta quasi dilagando. Nutrita di tweet al veleno, di commenti feroci nei blog, aderente alle idee parascientifiche più strampalate, malata di complottismo, protesi dei propri computer, una nuova specie di Homo androide si sta facendo largo nel pianeta. Si stanno abituando a vivere senza lavoro, vivono nelle seconde case dei loro genitori, talvolta si mescolano alla criminalità, non hanno niente, e hanno tutto ciò che gli serve a sopravvivere: uno smartphone o un tablet o un notebook, un collegamento internet.


Man mano che si crea spazio nell’agone politico gli androidi fanno fulminanti carriere: da partecipante del Grande Fratello a portavoce del premier, ottengono seggi elettorali, posti di ministro persino, diventano dirigenti di grandi enti pubblici, vanno a costituire la nuova élite che si nasconde come tale in virtù della perfetta somiglianza con gli ultimi sopravvissuti Sapiens sapiens.
Non è fantascienza, non è realtà aumentata, non sono i replicanti di Philiph Dick, essi non hanno visto le “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione” e nemmeno “i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.” E tantomeno “…tutti quei momenti [che] andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”. Essi vedono soltanto il riflesso di se stessi in ogni cosa, in ogni dimensione, in ogni azione.
Il replicante di Blade Runner possedeva un maggior grado di umanità.
Gli androidi sono il nuovo stadio dell’evoluzione della specie umana, domani sostituiranno la vecchia stanca specie di homo sapiens sapiens. Non è detto che sarà un miglioramento, anzi è possibile che siano proprio gli androidi a portare il pianeta al suo disfacimento.


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