Inno alle migrazioni
Postato il 02 Febbraio 2019, di Francesco Torchia
migrante

Portarono con sé i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare. Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un'altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un'eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice, altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l'altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell'uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi, via via che si estinguono quelle che c'erano prima o si incorporano con altre più forti. Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa?
Seneca Consolatio ad Helviam matrem

migranti Di fronte ai contemporanei flussi migratori provenienti dal sud del mondo e dai paesi che sotto ogni latitudine patiscono guerre civili o violenti regimi dittatoriali, ogni indigeno che vede il suo suolo assalito e perennemente assediato, reagisce d’impulso con moti di rifiuto, con sentimenti xenofobi, se non addirittura razzisti. Lo “straniero” che sia un migrante, un esule, o più semplicemente un uomo in fuga è comunque per il nativo un intruso, qualcuno che indebitamente viene ad occupare una terra che non gli appartiene, ad appropriarsi di beni che non ha contribuito a produrre.

Le leggi dell’ospitalità, specie in tempi di crisi come gli attuali, valgono solo per chi è stato invitato, ma l’ospite, fosse anche il nostro fratello di sangue, si sa, come sostiene il detto popolare “dopo tre giorni puzza”. Non c’è morale, non c’è religione che possa mitigare questo istintivo sentimento di ripulsa verso lo “straniero” e indurre ad una compassionevole accoglienza. Talvolta assume forme esteriori violente, spesso si esprime in piccoli gesti quotidiani di presa di distanza, ma nella maggioranza dei casi cova sotterraneo nei pensieri e nell’animo anche del più “progressista” dei nativi.
Eppure la storia, come attestano i pensieri di Seneca, e le letterature, ci consegna una realtà ben diversa e ci fornisce mille ragioni per mutare impulsi, sentimenti e opinioni.
Non c’è indigeno che non sia o sia stato, per lignaggio almeno, straniero, e da sempre i popoli si sono spostati, hanno attraversato il mondo in lungo e largo, per volontà o necessità, stanziandosi ora qua ora là. Non c’è una terra che possa essere riconosciuta come propria. Quella dove siamo nati, molto probabilmente è stata conquistata –forse anche con la forza- da qualche nostro antenato; del resto c’è anche nel fondo di molte religioni, di cui le maggioranze si dichiarano fedeli, l’idea che su questa terra siamo “di passaggio” e che nulla in questo mondo realmente ci appartenga. Dovremmo sentirci apolidi o meglio “cittadini del mondo” e riconoscere gli altri come fratelli, uguali e dotati della stessa nostra libertà e invece ci sentiamo abitanti di una nazione, di una regione, di una città, di un paese, di un quartiere e siamo sempre in guerra con tutti gli altri, respingiamo l’invasore, sotto sotto siamo “patrioti”, un po’ nazionalisti, sicuramenti “campanilisti”. È questo sentimento irragionevole, a stento tenuto a freno da secoli di civiltà, ma pronto ad esplodere nei momenti di crisi, ciò che ci impedisce di affrontare le questioni calde delle migrazioni, degli esili forzati, delle fughe impossibili con lucidità e pacatezza e di approfittare di esse per “conoscere” meglio noi stessi.

Le letterature al proposito ci consegnano due diversi miti-leggende che pur sembrando contrapporsi, in realtà sono facce della stessa medaglia: il mito delle “radici” e quello dello “straniero”.
Le “radici”: il luogo natio, la famiglia, gli antenati, la terra, l’oikos, con quell’alone di intimo e profondo. Ciò a cui vogliamo sempre tornare, ciò a cui ci sentiamo indissolubilmente legati, che forgia la nostra identità, che ci assegna nome e cognome, la lingua che parliamo, la cultura che mastichiamo.
ulisseLo “straniero”: colui che viene dall’ignoto, il nostro alter ego, il viaggiatore, colui che porta racconti favolosi, al cui fascino misterioso non sappiamo sottrarci. Lo temiamo forse, ma ne siamo pericolosamente attratti. La sua testimonianza ci suggerisce isole fantastiche, avventure straordinarie, una libertà senza legami.
Nostalgia e utopia, volontà di ritornare e desiderio di andare: in ognuno di noi questi due sentimenti sono inesplicabilmente legati: l’uno non vive senza l’altro.
Siamo come Ulisse, perennemente sulla strada del ritorno a casa e costantemente in fuga, e quando siamo tornati vogliamo subito ripartire e quando siamo in viaggio sogniamo senza tregua il giorno del ritorno.
Come Ulisse abbiamo forti radici e ovunque siamo stranieri, anche a casa nostra quando torniamo.

A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.
Michel de Montaigne

stranieriCon questa consapevolezza le storie dei migranti, degli esuli e dei fuggitivi del nostro tempo dovrebbero apparirci sotto una diversa prospettiva.
Come noi anch’essi hanno radici da cui si allontanano per vivere in esilio in terre forse ricche ma inospitali, come noi anche loro sono mossi dal desiderio di partire, di intraprendere viaggi di conoscenza.
Siamo tutti migranti in fuga perché viviamo tutti come esuli, “sradicati” persino a casa nostra.
All’orizzonte di ciascuno di noi la casa materna perduta, la patria e l’isola di Utopia, il nessun luogo cui tendiamo, sono il medesimo punto, non passato né futuro, ma un presente eterno, fatto di attimi da cogliere, come suggeriva il poeta.

In letteratura, filosofia, nell’arte, nella poesia, non c’è differenza fra migrare, essere o sentirsi in esilio, fuggire. Dante conosce e soffre l’esilio forzato dalla sua Firenze, ma non ci dà forse nella sua Commedia ampie testimonianze del suo sentirsi esule anche nella città nativa ben prima d’esserne bandito e non esita a immortalare nella figura di Ulisse, ben oltre il tratto omerico, il mito dell’uomo perennemente in fuga, dell’affamato di nuove esperienze e conoscenze?
E come doveva sentirsi, se non prigioniero nella sua Recanati, Leopardi? Così diverso dai suoi parenti, dai suoi concittadini, al punto di rifugiarsi nei suoi amati studi, per poi finalmente intraprendere i viaggi a lungo coltivati nell’immaginazione.
Il povero Bertolt Brecht, “costretto a cambiare più volte paese che scarpe”, riapprodato dopo più di un decennio di fughe e di vita in esilio (all’epoca del nazismo e della seconda guerra mondiale) nella sua Germania, non finì per sentirsi estraneo e solitario anche nel “socialismo” realizzato che pure per tutta la vita aveva sognato, al punto da nascondersi in campagna e dedicarsi tutto alla poesia?
stranieri Cos’è che spinge Kerouac, Ginsberg e gli altri beats a girovagare su e giù per gli Stati Uniti e a fuggire in Messico, in Marocco, nella vecchia Europa, in India?
Non è forse quel sentimento di estraneità, di ripulsa, quella condizione di isolamento, quel non aderire ai conformismi imperanti, quell’essere esuli in patria, costretti a fuggire, a migrare perennemente, fino a teorizzare la “strada” come proprio habitat naturale?

Il principio del nostro viaggio fu piovigginoso e misterioso. Potevo capire che tutto stava per diventare una grande epopea nella nebbia. “Urrà!” urlava Dean. “Ecco che andiamo!” E si rannicchiava sul volante e lanciava la macchina come un bolide. Era tornato nel suo elemento, ognuno di noi poteva vederlo. Tutti eravamo felici, ci rendevamo conto che stavamo abbandonando dietro di noi la confusione e le sciocchezze e compiendo la nostra unica e nobile funzione nel tempo, andare.
Jack Kerouac Sulla strada

Chiunque, pur senza necessariamente essere artista o filosofo, non si senta a proprio agio nel luogo natio, soffocato dai pregiudizi, dalle meschinerie, dai conformismi e dalle convenzioni sociali, prigioniero della tenaglia familiare, in qualche modo diverso, sa bene cos’è il desiderio di fuga, il sentimento da esiliato.
Chiunque, umiliato e offeso in terra natia, sofferente per fame, guerra o persecuzione, ha diritto alla fuga, a pretendere per sé una seconda opportunità, ha l’obbligo di desiderare liberazione e libertà.
Il “luogo natio” è una chimera, la terra promessa un miraggio, siamo “passanti” e la migrazione permanente è il nostro destino.


Il Poeta è come il principe delle nubi,
che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere;
esiliato in terra, fra gli scherni,
camminare non può per le sue ali di gigante.

Charles Baudelaire

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