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"La caduta degli Dei"
La parabola inversa di élite e avanguardie

di Francesco Torchia, 12 gennaio 2019
Nel corso degli ultimi tre decenni abbiamo assistito al contemporaneo processo di senescenza fino alla scomparsa del fenomeno delle “avanguardie” (artistiche e culturali) e alla cristallizzazione in chiave burocratica e oligarchica delle élite (politiche). I due fenomeni, apparentemente separati perché coinvolgenti apparati, settori e sfere di azione diverse, hanno in realtà una connessione non banale in profondità.

Obsolescenza delle avanguardie
Le “avanguardie” in campo artistico e più in generale culturale hanno percorso l’intero Novecento segnandone i momenti più significativi, spingendo sempre più avanti – attraverso la sperimentazione e la ricerca – il progresso e l’innovazione delle arti e, non secondariamente, aprendo nuovi orizzonti alla conoscenza degli uomini e del mondo.
Il secolo della “riproducibilità tecnica” dell’opera d’arte e della “cultura di massa” ha visto nascere, proprio complementarmente a questi due fenomeni dominanti, un’opposizione strenua e radicale, condotta da gruppi di artisti audaci e ribelli, alla ricerca di un’altra “efficacia simbolica” 1 dell’opera d’arte.
L’impulso delle avanguardie storiche nei primi trent’anni del Novecento è stato fondamentale nel modificare non solo la “forma” delle singole arti, ma soprattutto lo statuto e il ruolo giocato nel rapporto con la società e con gli ambiti più vasti della conoscenza.
Lo stesso si può dire dei fenomeni avanguardistici del secondo dopoguerra. Gli artisti hanno partecipato al movimento contestativo di quegli anni, dando un contributo non indifferente all’affermazione di nuovi principi, di nuovi modelli comportamentali, di una visione alternativa del mondo e delle relazioni tra gli uomini, restata purtroppo soltanto virtuale, dal momento che quei movimenti rivoluzionari e di contestazione hanno perso la loro battaglia, stretti tra i loro eccessi inconcludenti e la fredda ferocia della repressione, confusi dalla degenerazione del mondo comunista e dalla fascinazione delle lucciole capitalistiche.
E poi, non improvviso e in fondo prevedibile, c’è stato il black out. Le avanguardie – neo, trans, post ecc. – avvolgendosi in una spirale fine a se stessa, si sono ristrette prima confinandosi ai margini del processo culturale e sociale, per poi scomparire autocancellandosi nella dispersione di nuovo individualistica delle pratiche artistiche.
Nei primi due decenni del XXI secolo non si ha notizia di alcuna avanguardia; gli artisti – alle prese con la sopravvivenza – anche quando si avventurano nel campo della ricerca, lo fanno individualmente, in una dimensione “romantica” nella retorica e cinica nella prassi quotidiana. Nell’arte pittorica, nell’architettura, nella letteratura, nel cinema, nel teatro, non c’è nulla che s’assomigli al surrealismo, al neorealismo, alla nouvelle vague, al teatro di gruppo… Il romanzo sembra tornato alle origini: racconta storie, magari con un po’ di brivido, senza osare nessuna sperimentazione linguistica, adagiandosi su una scrittura post-hemingwayana, mutuata dalle sceneggiature hollywoodiane; nella pittura la fa da padrone il neofigurativismo, salvo qualche eccesso iper-sperimentale ed eccentrico di singoli artisti 2. Insomma in ogni campo ciò che conta è il nome dell’artista, che eccelle, che vince qualche premio, che rilascia interviste, che si aggiunge al lungo elenco dei solitari e narcisisti maître à penser della nostra babelica epoca.
Fondare un gruppo (al contrario i gruppi si sciolgono per far spazio alle carriere individuali), dar vita ad una corrente (letteraria o artistica), muoversi insieme condividendo un sistema di valori, una sensibilità artistica, un senso della funzione dell’arte, una visione del mondo, tutto ciò sembra bandito per sempre, resta un semplice ricordo sbiadito di un altro tempo relegato nelle pagine di qualche manuale.
Se la nascita delle “avanguardie” fu l’esito della “morte dell’arte” con tutta la sua “aura” classica, la morte delle avanguardie corrisponde alla “rinascita” dell’arte, nella sua forma degradata di merce tra le merci.

Degenerazione delle élite
Contemporaneo al processo di obsolescenza delle “avanguardie” si è sviluppato, in seno alle democrazie dell’occidente più evoluto, un fenomeno inverso che ha visto affermarsi e consolidarsi in modo consistente la presenza di élite di potere, in campo politico, economico e culturale.
Il dibattitto sulla natura e sul ruolo delle élite nel contesto della democrazia rappresentativa è stato a lungo studiato e approfondito, con posizioni spesso contrapposte, sin dalla seconda metà dell’Ottocento sia in sociologia che nelle scienze politiche, e non è qui il caso di ripercorrere le varie tappe e analizzare le diverse posizioni degli studiosi, ma una cosa è certa e condivisa: la democrazia rappresentativa ha nella sua stessa natura come corollario indispensabile per il suo funzionamento la formazione di élite delegate al governo della cosa pubblica. Gli eletti (i rappresentanti del popolo elettore) sono un’élite, ovvero una ristretta cerchia di selezionati, dotati di meriti e competenze superiori, deputati a governare, ovvero a discutere e fare le leggi. L’universalità del voto popolare e la sua cadenza temporale periodica (in Italia ogni cinque anni) sono – sulla carta – la garanzia di un ricambio delle stesse élite. Io, cittadino, delego a rappresentarmi qualcuno di cui ho fiducia, che conosco, che possiede conoscenze e competenze specifiche e una moralità comprovata. Poi, dopo cinque anni, se sono soddisfatto lo confermo altrimenti lo sostituisco nelle mie preferenze.
Ma, nel corso della seconda metà del secolo scorso, quando le democrazie occidentali hanno vissuto finalmente un lungo periodo di pace sia pure sofferta, è andata davvero così?
Questa domanda pone tre ordini di problemi:
1. Le élite al potere sono davvero state all’altezza del loro ruolo statutario?
2. Il ricambio è stato garantito?
3. Competenze e merito sono stati i reali criteri di selezione?
Un secco no alle questioni poste sembra ad oggi l’unica risposta possibile. Se guardiamo al nostro paese possiamo notare, senza bisogno di troppe analisi, che le élite al potere negli ultimi trent’anni (classe politica e amministrativa dirigente, intellighenzia culturale) non hanno saputo rispondere ai problemi reali: prive di progettualità, senza il respiro della storia, chiuse nell’autoreferenzialità, le élite sono diventate una sorta di casta oligarchica. Il ricambio è avvenuto attraverso il principio di ereditarietà. L’accesso alle alte cariche è oggi garantito se sei figlio di qualcuno, ovunque: nelle università, nel giornalismo, nelle professioni, nella burocrazia, nella diplomazia, nel mondo della cultura e dello spettacolo. In alternativa è stato lo spoils system a determinare il ricambio, favorendo lo stretto legame fiduciario (direi di appartenenza) tra dirigenza politica e dirigenza amministrativa. Oppure, peggio ancora, al di là degli effimeri cambi di maggioranze politiche, le élite sono sopravvissute a qualsiasi frangente, burocratizzandosi e costituendosi come una vera e propria oligarchia, regolata da principi clientelari, intercambiabile, indifferente al colore politico di provenienza.
meritocrazia

Evidente come in questo sostanziale immobilismo il merito e le competenze siano diventate un’eccezione e non la regola di selezione. Il risultato, parallelo a questa cristallizzazione delle élite, è stata la perdita totale di quel requisito di “eccellenza” che statutariamente sarebbe dovuto essere il criterio di selezione principe.
La “mediocrità”, per nulla aurea, è diventata il correlato obbligato di ogni élite. “Mediocrità è un sostantivo che…suggerisce uno “stare nel mezzo”, una qualità modesta non del tutto scarsa ma certo non eccellente; indica insomma uno stato medio tendente al banale, all’incolore, e la mediocrazia è di conseguenza tale stato medio innalzato al rango di autorità”. 3
Del resto il destino della democrazia, a maggior ragione nelle declinazioni dei suoi attuali più radicali sostenitori (i portabandiera del popolo, i propugnatori della democrazia diretta) è implicito nella sua stessa genesi. Più la distanza tra rappresentante e rappresentato si accorcia, più la perfetta omologia e specularità tra gli uni e gli altri si realizza, e più scompaiono merito, competenza ed eccellenza.
Il fallimento più grande delle élite sta tutto nel non essere state capaci (per mancanza d’interesse o per ignoranza) di elevare il livello culturale dei rappresentati, del “popolo”, nel non aver realizzato un’uguaglianza effettiva e dunque soprattutto culturale, in termini di acquisizione di sapere e conoscenze estese, un’equa distribuzione di meriti e competenze.
Diventando sempre più democratica la democrazia attua alla fine - alla lettera - il governo del popolo, ed ecco che, nel trionfo dell’ignoranza, del bar dello sport trasferito nei parlamenti, persino l’opzione inverosimile di un’elezione “per sorteggio” diventa plausibile.
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Interrelazione e funzione delle avanguardie/élite
Qui sostengo che i due fenomeni sopra descritti coincidenti temporalmente (un arco temporale che va dalla fine degli anni ottanta ad oggi), per quanto riguardanti territori limitrofi, ma talvolta sconfinanti, abbiano anche una relazione strutturale. La scomparsa delle avanguardie è una delle cause dell’irrigidirsi delle élite, e l’inaridirsi nella mediocrità delle élite è tra le basi dell’esaurirsi della funzione propulsiva delle avanguardie.
Una élite giustifica il suo “potere” fintanto che funge anche da avanguardia, fintanto che svolge la funzione di spinta in avanti del resto del corpo sociale, fintanto che assolve al ruolo di guida illuminata, fintanto che, non sedendosi sugli allori dell’acquisito, alla gestione equilibrata dell'esistente sa affiancare la ricerca di nuovi strumenti e di nuovi equilibri.
Un’avanguardia è una élite naturale, non soggetta agli umori mutevoli di un elettorato per lo più spogliato della capacità di intendere e volere in proprio. Avanguardia sono i migliori, i più bravi perché più innovativi, in ogni campo. Élite che “sa” non per dovere, ma perché assetata di sapere.
Un’élite che è anche avanguardia e una avanguardia che si fa élite sono l’unica alternativa possibile al caos attuale, alla “mediocrazia”, alla paura e al rancore di un’umanità spaesata, alla pre-potenza di quei demagoghi di passaggio che approfittandosi e manipolando un effimero “consenso popolare” assurgono al ruolo di classe dirigente, abolendo di fatto ogni spinta avanguardistica, ogni slancio utopistico, e costruendo – mossi da un’inconscia ossessione retrotopica – una élite a propria immagine e somiglianza, mediocre e incompetente.
Non intendo resuscitare i fantasmi di ambigue Repubbliche platoniche, ma nell’attuale crisi della democrazia rappresentativa, non posso vedere una soluzione nell’instaurarsi di una dittatura di pseudo maggioranze insofferenti di ogni avanguardia e aliene ad una qualsiasi élite che sia davvero tale. Auspico piuttosto (un auspicio mitigato da un inevitabile pessimismo della ragione) una rinascita delle avanguardie (e insieme di una capacità di fare gruppo) e la formazione di nuove élite, nonché l’interscambio tra l’une e le altre e il travaso reciproco di risorse e sensibilità. Dal momento che anche il “governo della cosa pubblica” non è che un’arte. L’arte di tutte le arti.

1 Qui si trasporta il concetto di “efficacia simbolica” dal contesto della cura, come nell’enunciazione levi-straussiana, a quello estetico e artistico, prospettando una diversa relazione tra sovrastruttura e struttura analoga a quella corpo-mente in atto nel rito sciamanico studiato dall’antropologo francese.
2 Laddove il modello performativo, molto in voga, non identifica una corrente, un moto collettivo, ma una cornice che al contrario favorisce l’imprimatur delle individualità.
3 A. Deneault, La mediocrazia, 2015

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